Alla stazione

Difficilmente mi sono avvicinata al mondo della poesia nella mia vita prima d’ora.
Alle elementari ed alle medie era qualcosa di imposto, da imparare a memoria forzatamente, senza alcun interesse.
Alle superiori ce le davano da leggere, le commentavamo in classe, e delle volte mi piacevano pure, però tanto avevo altri interessi, eppoi trovavo molto più interessante leggere testi meno ingarbugliati e più naturali.
Ultimamente sono curiosa, sto riscoprendo questo mondo, ci sono certe poesie talmente intense da far letteralmente rabbrividire.
Prendono uno scorcio, un’emozione che normalmente è banalizzata dalla routine quotidiana e la moltiplicano alla massima potenza utilizzando poche righe, wow!
Qui sto seguendo un corso di letteratura italiana, ho scelto letteratura del XX e XXI secolo, perchè sono le cose che a scuola si fanno gli ultimi periodi e si studiano male. Insomma, ho preso ciò che sapevo di meno.
Perché voglio incontrare i tanto discussi Calvino e Pasolini, scavare dentro D’Annunzio.
Ora siamo solo all’inizio: a Carducci, e qui viene la poesia che mi ha catturata, per oggi.
Parla della stazione, è stata la prima poesia in Italia a trattare l’argomento, nel 1875. La Chiesa disse che il treno era opera del demonio.
La stazione… un non-luogo, in cui le vite sono sospese. Sfiorata da una moltitudine di persone contemporaneamente, tutte con storie diverse alle spalle e motivi diversi che li portano lì in quello spazio e a quell’ora, con la più grande varietà di sentimenti, che vanno dal pianto disperato per l’addio, all’euforia del viaggio, alla felicità/tristezza del ritorno a casa, allo stress del pendolare lavoratore… La condivido.

Train Station, by Frans de Wit

Train Station, by Frans de Wit

Alla stazione
in una mattina d’autunno

Oh quei fanali come s’inseguono
Accidiosi là dietro gli alberi
Tra i rami stillanti di pioggia
Sbadigliando la luce su’l fango
Flebile, acuta, stridula fischia
La vaporiera da presso. Plumbeo
Il cielo e i lmattino d’autunno
Come un grande fantasma n’è intorno.
(riesci a vedere la vecchia ‘vaporiera’?)
Dove e a che move questa, che affrettasi
A’carri foschi, ravvolta e tacita
Gente? a che ignoti dolori
O tormenti di speme lontana?
Tu pur pensosa, Lidia, la tessera
al secco taglio dài de la guardia,
e al tempo incalzante i begli anni
dài, gl’istanti gioiti e i ricordi.
Van lungo il nero convoglio e vengono
incappucciati di nero i vigili
com’ombre; una fioca lanterna
hanno, e mazze di ferro: ed i ferrei
freni tentati rendono un lugubre
rintocco lungo: di fondo a l’anima
un’eco di tedio risponde
doloroso, che spasimo pare.
E gli sportelli sbattuti al chiudere
paion oltraggi: scherno par l’ultimo
appello che rapido suona:
grossa scroscia su’ vetri la pioggia.
Già il mostro, conscio di sua metallica
anima, sbuffa, crolla, ansa, i fiammei
occhi sbarra; immane pe ‘l buio
gitta il fischio che sfida lo spazio.
Va l’empio mostro; con traino orribile
sbattendo l’ale gli amor miei portasi.
Ahi, la bianca faccia e ‘l bel velo
salutando scompar ne la tenebra.
O viso dolce di pallor roseo,
o stellanti occhi di pace, o candida
tra’ floridi ricci inchinata
pura fronte con atto soave!
Fremea la vita nel tepid’aere,
fremea l’estate quando mi arrisero;
e il giovine sole di giugno
si piacea di baciar luminoso
in tra i riflessi del crin castanei
la molle guancia: come un’aureola
piú belli del sole i miei sogni
ricingean la persona gentile.
Sotto la pioggia, tra la caligine
torno ora, e ad esse vorrei confondermi;
barcollo com’ebro, e mi tocco,
non anch’io fossi dunque un fantasma.
Oh qual caduta di foglie, gelida,
continua, muta, greve, su l’anima!
Io credo che solo, che eterno,
che per tutto nel mondo è novembre.
Meglio a chi ‘l senso smarrì de l’essere,
meglio quest’ombra, questa caligine:
io voglio io voglio adagiarmi
in un tedio che duri infinito.

G. Carducci

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