Erasmus, fine primo tempo

Tutta la realtà faticosamente costruita cambia, il coinquilino se ne va, la compagna di pazzie notturne anche.

Finisce febbraio, c’è il ricambio.

Alcuni stormi di erasmus se ne rivolano in Italia, mentre altri si preparano a spendere l’intera stagione primaverile nel territorio ormai familiare.

Nella penisola iberica inizia la fase della despedida, che consiste in un susseguirsi di pasti notturni con discoteca annessa, in onore di coloro che tristemente si apprestano a migrare. Certi richiedono il prolungamento, altri obiettano un po’ imbronciati “Eh sai com’è, dovrei anche laurearmi”.

erasmusStanco

Conoscete il detto? A soffrire di più è chi resta.

Nel momento in cui la primavera lascia presagire la sua esplosione e le nuove lezioni del secondo quadrimestre incalzano, lo studente erasmus dalla borsa di 9 o più mesi perde vitalità, e si trascina per i corridoi, di classe in classe, con il mal di testa della notte precedente.

La sua vita assume la forma di lezione-sonno-despedita; lezione-sonno-despedita, totalmente assente la voce ‘studio’, con grande disappunto dei professori autoctoni.

Di quando in quando, dopo la lezione, il poveretto si accascia su qualche prato, lasciando che i primi tiepidi raggi riscaldino il suo corpo inerte.

Se con l’inizio della stagione invernale il problema più arduo da affrontare era stato l’adattamento al fatto che la famiglia d’origine e gli amici se ne stavano nella terra natìa, inabbracciabili e imbaciabili, sopravvivendo sfacciatamente senza di lui, ora che il nostro erasmus è arrivato ad infischiarsene, perfettamente inserito nel gruppo dei suoi simili, arriva l’imprevisto: il branco esce mutilato dalle perdite del cambio stagionale.

Frotte di nuove leve invadono il territorio e non vedono l’ora di spararsi l’erasmus in vena nell’ultimo periodo di studi dell’anno.

Così l’erasmus senior è circondato da energici novellini, che non fanno che riproporre il trito ritornello: “Ciao, come ti chiami?” “Di dove sei?” “Cosa studi?”. Una valanga di domande banali, le cui risposte saranno memorizzate soltanto la seconda volta che la canzone sarà mandata in onda.

Alcuni pensano di farla finita.

Di accorciare l’erasmus.

Dopo essere sopravvissuti all’arrivo, alla ricerca dell’appartamento, alla caccia ai corsi, all’inserimento sociale, aver sostenuto gli esami del primo quadrimestre, è come avere già ucciso il mostro finale di un videogioco, oramai che senso ha continuare? Magari aggiungono, improvvisamente coscienziosi: “Almeno faccio risparmiare i soldi ai miei!”, pensiero che durante questi mesi di viaggi, sviaggi e feste non sfiorava minimamente nessuno dei suoi strati cerebrali, inconsci subconsci o consci che siano.

I più battaglieri, i più orgogliosi e i più festaioli stringono i denti: “Vedere che se ne vanno via tutti mi ha fatto realizzare che questo sogno sta finendo! Sono rimasti pochissimi mesi! Ieri ho detto a mia madre che non tornerò per Pasqua. Se devo buttare i soldi per un volo, tanto vale che me ne vada a vedere un’altra città di qui, quando mai ne riavrò l’occasione?”

E così inizia il secondo tempo, mentre per tutti quelli che non prolungano la borsa, inizia la rinomata sindrome post-erasmus, ma questa è un’altra puntata.

(Articolo pubblicato anche su Cittateneo)

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