Between the Silver and the Blue

Snorkeling

Snorkeling, by Lian Hua

Immagina. Immagna di essere sovrastato da un tessuto della vastità dell’infinito, che fluttua tra te e il cielo, dolcemente, per l’aria che lo solleva nel vuoto. Argentato, scintillante al punto da accecarti quando i raggi di sole colpiscono le pieghe che sono inclinate verso di lui.
Questa morbida sottilissima pellicola ti divide dal resto del mondo.
Non ci sono risa, pianti, urla, non un vociare, nemmeno un bisbiglío.
E tu, voli, voli sospeso. Non sei un astronauta, perché non hai il peso della tuta, macché, non hai proprio vestiti. Vedi il tuo corpo galleggiare nel silenzio, leggero come una piuma, ma la piuma prima o poi va giù, tu invece no, resti là.
Intorno a te non esiste l’orizzonte, non si vede la fine dell’azzurro che ti circonda. Diventa semplicemente più intenso, perché lo spazio si dilata, ma la fine non esiste, non c’è, tu lo sai. Vedi l’argento sopra la tua testa che si estende inseguendo l’azzurro, ma non lo raggiunge mai, si rincorrono all’infinito, si sfiorano, ma non si confondono, mai.
E tu sei solo, nessuno intorno a te, nessuno può vederti, non puoi vedere un anima.
Giù, ma giùgiù, sabbia. Se ne sta giùgiù, eppure puoi vederla come se fosse sotto al tuo naso. Bianca, distingui i granelli di diversa tonalità, e i gusci di conchiglie, e i buchini scavati da chissà cosa.
Sembra sia stata striata da un aratro, ma nessun aratro può arrivare fin dove sei tu. L’azzurro non inghiotte il pavimento, se ne sta giù, irraggiungibile, ma c’è. Non c’è orizzonte, e così l’infinito campo di sabbia si butta anch’esso a perdita d’occhio, a rincorrere l’azzurro e l’argento.
E tu, tu sì che sei inghiottito dall’azzurro, tu sei intrappolato tra quel lontanissimo e nitido pavimento di sabbia e questo enorme tetto argentato, che ondeggia brillante.
Poi ti accorgi che non è vero che c’è silenzio, no, c’è un continuo scricchiolio, che ti buca le orecchie e ti riecheggia nel cranio. Come se qualcuno stesse ininterrottamente  pestando alle tue spalle dei gusci d’uovo secchi in un mortaio.
Ti muovi, ma lo scricchiolio ti segue, eppure non vedi nessuno.
Sono i pesci, sono i granchi, sono i paguri; è tutto il popolo del mare che sgranocchia il suo pasto, eppure non vedi, c’è solo questo gran casino che non si sa da dove viene e quasi che lo stesso azzurro in cui vaghi sembra fatto di scricchiolio.
Dopo un po’ che sei là, due strani pesci piatti e grigi ti si avvicinano nemmeno troppo circospetti, come i piccioni in piazza S. Marco. Tu non hai nulla con te, eppure loro ti ronzano intorno, ti senti quasi come un turista senza portafogli finito per sbaglio nel Bronx, circondato da sguardi famelici di esseri pronti ad avventartisi addosso.
Scoppi in una risata, finisce l’aria, riemergi.
E mentre lotti affannosamente fra acqua ed aria per non affondare, con le orecchie inondate dal chiasso di centinaia di intonazioni e timbri diversi, di motori che gorgogliano al largo sfrecciando e rompendo tanto il mare quanto il cielo, ti chiedi se là sotto i pesci grigi stiano ancora affamati ad aspettarti, protetti dall’argento che hai infranto per riemergere, e che in verità – ora lo sai – non è nient’altro che acqua.

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