Puesta de Sol, a Cala Benirras

Penso sempre che i tamburi siano come le zucche, hanno mille forme, colori e suoni.

Al tramonto, quando i bagnanti lasciano la baia, i loro posti macchina sul vialetto ghiaioso circondato dalla pineta – che per tutto il giorno crepitava sotto il solleone – vengono immediatamente rubati da furgoncini malconci ed automobili scassate, da cui fuoriescono frotte di ragazzi abbronzati e sorridenti, con ogni sorta di tamburo caricato in spalla. I gruppetti sono svestiti di stracci che penzolano e a volte strascicano sulla terra rossiccia quasi confondendovisi, con essa e con l’aria infuocata dal sole che si appresta a sparire dietro l’enorme massa d’acqua di cui appena occhieggia un brillante spicchio.
Sciamano poi nell’angolo di spiaggia dove le montagne rocciose che la adornano non coprono gli ultimi raggi di sole. Ultimi per ordine, non per energia. Fanno un po’ fatica ad arrivarci, perché devono farsi largo tra i turisti fasciati in tessuti striminziti ed elasticizzati, o di cotone ibizenco bianco accecante.
La sabbia ancora calda è ricoperta di persone sedute sui loro asciugamani, in attesa che lo spettacolo abbia inizio.

Drummers at Benirras, by Cordulas

Drummers at Benirras, by Cordulas

Alcuni ragazzi si sono ben organizzati, su dei parei distesi a terra hanno creato un mercatino fatto di crostate e torte caserecce, monili di conchiglie, corda e cuoio, e ai loro piedi spesso sonnecchiano pigramente cani di ogni taglia, nonostante il divieto affisso “No perros“. Nemmeno pagano la quota al comune, eppure nessuno chiama la guardia civil, né loro vengono a fare bottino di multe.
Il profumo di marijuana come incenso si solleva con discrezione.
Un rintocco grave vibra nell’aria, è il gong d’inizio.
Un secondo colpo.
Un terzo, più rapido. Inizia il ritmo, la pista di fondo che guiderà tutte le percussioni radunate al cospetto del sole e della folla di spettatori, che si accalcano intorno a questi dèi abbronzati, tendendo per aria il braccio come fosse il collo di una giraffa della savana.
Ma non è l’Africa, è la Puesta de Sol a Benirras, e all’estremità dei lunghi colli non una testa animalesca, ma luccicanti scatoline d’argento e cannoni neri, puntano verso i suonatori, facendo piovere flash.
Il concerto è cominciato, ci sono tutti: dal tamburo trasportato fin là da tre persone e suonato in piedi come fosse un tavolino da bar, al tamburello trasportato nella tasca di qualche ragazzino a cavalcioni sulle spalle del babbo. Vocioni e vocette, s’innalzano dalle mani che si agitano come impazzite sopra alle pelli tese, si mescolano, inondano e impregnano l’aria già satura di calore di un ritmo che rimbomba nella pancia, come se il pranzo si fosse risvegliato e si stesse dibattendo nello stomaco con la voglia di uscire a dimenarsi. Sono gli stomaci, a fare da amplificatore. Sono i corpi.

Playing at Benirras, by SunFace

Playing at Benirras, by SunFace

Chi non fa la giraffa, regredisce allo stato primitivo e inizia a ballare, trasportato in trans dall’orgia di suoni e colori.
Quasi che i flash delle giraffe non si percepiscono più.
Piedi battono con violenza sulla sabbia polverosa, braccia si agitano senza ombra di sinuosità.
E quando d’un tratto il ritmo si fa più serrato, tutti sanno che sta succedendo qualcosa, le giraffe sono confuse su dove guardare, se ai percussionisti, che gocciolanti di sudore e gli occhi strizzati curvano il busto per protendere l’orecchio verso le loro mani, o alla fonte di colore, che divampa all’altro lato, pronta a immergersi nell’orizzonte.
Se tutto tacesse sicuramente si potrebbe udire lo sfrigolio di quell’enorme cerchio arancio che si sta calando in acqua.
È un attimo, o un’eternità, finché il silenzio e il buio segnano la fine di ogni magia. Le giraffe abbassano il collo, scroscia l’applauso, “Bravo!Bravo!“. In un momento la folla si dirada, i signori di mezza età dalla carnagione lattea e il naso bruciato si ritirano insieme alle mogli, che affondano sulle tiepide sabbie mobili con le loro espadrillas.

Sunset over Cala Benirras, by Matt

Sunset over Cala Benirras, by Matt

La folla è sfrondata, inghiottita dalla pineta, e in spiaggia inizia il secondo tempo dello spettacolo.
Una giovane voce femminile intona una cantilena: “Hasta que salga el sol!“, un’altra le fa eco “Hasta que salga el sol!“, il ritmo tribale
riprende, le accompagna, chi è rimasto usa ciò che può, mani, voce, sassi, bastoni, “Hasta que salga el sol! Hasta que salga el sol!
La calca fa largo ad un signore dalle trecce grigie, in braccio ha una fascina di rami secchi e pigne. Avvampa un nuovo fuoco scoppiettante di tizzoni che si disperdono nell’aria come coriandoli di luce. I suonatori accorrono a circondarlo, e mentre qualche ubriaco salta le fiamme da una parte all’altra, un altro vi brucia i suoi vestiti e balla nudo quasi sulle braci. Ombre danzano, anime i cui volti in trans sono rischiarati dalla tremula luce delle lingue di fuoco crepitanti.
La faccia brucia, eppure nessuno lascia il cerchio.
Ora i musicisti invitano i curiosi rimasti fino all’ultimo momento a battere anch’essi contro le pelli, che se ne stanno a riscaldare affinché si dissolva la sopraggiunta umidità che le ha messe in tensione.
Ogni tanto il solito ritornello dei ragazzi che da quando era ancora giorno se ne stanno seduti sul frigo da campeggio, gridando “CERVEZA FRIA, UN EURO“. Ma dopo tutto questo tempo il ghiaccio nella cassa s’è già sciolto e col freddo notturno che si è fatto avanti dalle fronde della pineta più che una birra fredda forse ci vorrebbe un bicchierino di vin brulé.
Ed è questo che sto pensando, mentre il ragazzo seduto accanto a me mi offre sorridente un lembo della sua coperta.

Fire on the beach, by ged80

Fire on the beach, by ged80

Se siete curiosi, cercate su youtube:

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