Sindrome Post-Erasmus

Salve, mi chiamo Massy, e sono anche io una ex-studentessa-erasmus.PostErasmusSyndrome

Coro: “Ciao Massy, benvenuta tra noi”.

La borsa di studio erasmus finisce, si torna a casa, si entra a far parte della triste comunità che è quella degli ex studenti erasmus, afflitti dalla rinomata quanto sofferta patologia: la sindrome post-erasmus.

Il ritorno a casa

Vivere al massimo svariati mesi può rendere banale la routine del paesello marchigiano.

Un mese di erasmus è come un anno di vita, lo studente torna a casa, nella cittadina di cui conosce ogni angolo e per lui sembra non ci sia più nulla da esplorare. Era talmente abituato ad affrontarne ogni giorno una nuova, che nel momento in cui tutto è lineare quasi sembra non ci sia più gusto ad assaporare la vita.

L’afflitto si chiuderebbe in casa ogni sabato sera, piuttosto che tornare a frequentare i pub e le discoteche in cui ha speso l’intera adolescenza, fissando la sfilata delle conosciute facce che man mano si sono convertite da morbide, a brufolose, a barbute o ben truccate.

Gente comune e ordinaria, che non ha bisogno di raccontare la propria storia, semplicemente perché tutti lì intorno la sanno già.

Lui stesso perde lo status di “studente erasmus” e torna ad essere un ordinarissimo “studente”, ossia: nessuno. Parla perfino la propria lingua natale, anche se talvolta quella usata in erasmus torna a fare capolino, tempestando i discorsi di strafalcioni.

Il tentativo di reinserimento

Tutto è così provinciale e italianamente malfunzionante, perfino le conversazioni che lo circondano sono scontate, trite, ritrite.
Agli occhi dei genitori l’ex-erasmus che prima non muoveva un passo senza la mamma chioccia dovrebbe regredire allo stadio cocco-di-mamma, ma per lui è intollerabile, e se mammà gli fa trovare la colazione sul tavolo e inizia a raccontargli della nuova auto che ha comprato il nonno, quasi gliela tirerebbe in faccia, la colazione. E pensare che fino a qualche settimana prima se ne stava in Germania, nella cucina degli amici francesi, a cucinare una colazione all’inglese, insieme ai colleghi spagnoli, magari chiacchierando di filosofia orientale!

Portami via! Portami via!

A distanza, l’ex-erasmus continua a coltivare le amicizie internazionali strette in quell’anno incredibile, ma fa di tutto per saltare su un aereo, ritrovarsi con coloro che inizialmente costituivano un sottofondo di estranei e che poi si sono man mano rivelati preziosi compagni di vita, fratelli con cui darsi la mano a vicenda nei momenti difficili.

Iniziano i viaggi ossessivo-compulsivi, nonostante sia al verde dopo gli scialacqui perpetrati in terra straniera. E se non può partire si butta nell’attivismo universitario dell’erasmus buddy o del Macerasmus.

In alcuni casi cerca di tornare tra le braccia dell’università che l’ha ospitato, grazie a una borsa di studio, a un dottorato, un master, qualsiasi cosa.
Ma l’erasmus non concede bis, è una verginità perduta che rinnova irreversibilmente la personalità di chi lo sperimenta.

(Articolo pubblicato su Cittateneo)

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